Ricorre puntualmente, quando si vuole rimproverare chi crea confusione allo scopo di nascondere inefficienze, la citazione di «Facite ammuina», che tratta un ipotetico articolo del Regolamento della “Real Marina Borbonica”.

 

Tale citazione fa riferimento ad un articolo, non vero e nemmeno verosimile, anche se a suo tempo fu ampiamente diffuso dai detrattori del Regno; si consideri che la Marina borbonica, che si chiamava intanto ufficialmente “Armata di mare delle due Sicilie” e come tale compariva in tutti i documenti, vantava la seconda flotta commerciale (al 1860 erano registrati 9848 bastimenti per 259.917 tonnellate) e la terza flotta militare del mondo di allora.

Per questo motivo i suoi codici, come del resto tutti i codici del regno, erano redatti in italiano e non in dialetto napoletano, e costituivano notevole ed autorevole riferimento sulle leggi del mare. Michele De Jorio, giurista napoletano fu l’autore del primo codice di diritto marittimo, il “Codice Ferdinandeo” a cui si rifecero gli altri, successivi. Citiamo dal testo di Lamberto Radogna “Storia della marina militare delle due Sicilie (1734 – 1860)” Mursia 1978” che essa era senza dubbio la più importante marina da guerra esistente in Italia prima dell’unificazione; frutto di un’antica tradizione, si distinse infatti per organizzazione, tecnica ed amministrativa, per qualità e quantità di naviglio.

Prova ne è che all’indomani dell’unità, il Conte di Cavour estendeva le sue ordinanze, i regolamenti, i segnali, e persino le uniformi alla marina da guerra italiana. …essa rappresentava una forza singolarmente dinamica e moderna, adeguata via via ai tempi ed alle necessità, fino all’apogeo dovuto all’arricchimento apportato dalle navi a vapore (prime a comparire nel Mediterraneo) che ne fecero una delle più importanti flotte. Essa poteva vantare altri primati, fra i quali quello che conseguì con il vapore «Sicilia» al comando del Capitano Ferdinando Cafiero, che approdò a New York dopo 26 giorni di viaggio, realizzando così il primo collegamento effettuato con una nave a vapore di uno stato “italiano” fra questo e il Nord America.

Intorno a Napoli ferveva la più grande industria navale italiana, e non a caso il primo vapore europeo a solcare il mare, il Ferdinando I, fu qui costruito. La cantieristica napoletana, oltre a costruire tutto il naviglio interno, eseguiva lavori per mezza Europa Tra questi arsenali uno in particolare era da considerarsi tra i più attrezzati ed era quello di Castellammare di Stabia che, per ovvie questioni logistiche legate alla vita del Regno delle Due Sicilie, fu costantemente ammodernato con riusciti piani industriali, risultato a loro volta di una lungimirante e proficua politica economica dei re Borbone.

Castellammare di Stabia tendeva dunque ad eguagliare i cantieri d’oltreoceano in una competizione non dichiarata ma di fatto molto sentita a livello internazionale. Gli ultimi velieri tecnologicamente utili ai fini commerciali e militari, con fasciame in legno, furono costruiti intorno al 1850 in diversi arsenali sia europei sia americani. Orbene, pur essendo ormai tramontato il tempo dei velieri per dare giusto spazio ai “vapori”, la Marina Militare Duosiciliana impostò nel 1846, per vararlo nel 1850, il “Monarca” uno dei più prestigiosi velieri mai costruiti, armato con 20 obici e 50 cannoni. Si può discutere a lungo sulla scelta di costruire un anacronistico veliero, ma dobbiamo tenere anche presente che la marina militare Duosiciliana, già fornitissima di naviglio a vapore, non era seconda a nessuno nel Mediterraneo ed in competizione solo con la flotta inglese. Non è un caso infatti che su quest’arma si concentrarono i massimi sforzi delle potenze anglo.francesi e piemontesi per comprare, nel senso più vero del termine, i suoi alti ufficiali portandoli al tradimento e azzerando così la sua grande potenzialità che avrebbe certamente salvato il Regno dalla conquista. Quindi, fosse stato anche un capriccio di FerdinandoII, il veliero “Monarca” ben figurava nella flotta.

Ma l’ingegno Duosiciliano, sempre volto alla fruibilità futura delle cose, fece sì che il veliero fosse progettato già per la successiva integrazione con apparato motore a vapore e spinta ad elica, trasformazione che avvenne puntualmente circa dieci anni dopo. Di recente nei cantieri di Castellammare sono stati ritrovati i disegni e le sagome del veliero MONARCA che confrontato con quello successivo del “Vespucci” consente di ravvisarvi una certa familiarità nelle linee e nella struttura. Detto ciò, mi meraviglia che si insista ancora, per indicare aberranti forme di malgoverno, burocrazia e fiscalità lenta, farraginosa, vessatoria, aspetti negativi della giustizia e del vivere civile, su triti luoghi comuni che attribuiscono questi comportamenti al governo borbonico, perpetuano un’azione denigratoria che il sud non merita e non ha mai meritato.

Articolo ripubblicato per gentile concessione dell'autore, dott. Antonio Nicoletta

 

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